Surplace Palestra
Surplace Palestra è un format espositivo sviluppato negli spazi comuni di R+S/AK, ma talvolta anche all'esterno. Palestra Surplace è uno spazio in cui giovani artisti in formazione, soprattutto studenti dell'Accademia di Belle Arti, possono sperimentare, confrontarsi e crescere, proponendo opere, performance e interventi che sfidano le convenzioni e le aspettative. L’idea di Palestra si fonda sulla ricerca continua e sulla sorpresa: ogni evento è una sorta di “allenamento” per l’arte, dove non solo gli artisti ma anche il pubblico sono chiamati a mettersi alla prova. Non si tratta di un luogo fisso né di un programma definito, ma piuttosto di un’interstizio, un momento che accade quando meno ce lo si aspetta, ma che si fa desiderare per la sua imprevedibilità, quando si ha voglia, quindi non lo si trova sempre. Ogni momento di Palestra porta con sé la possibilità di nuovi incontri, esplorazioni, si apre a spazi inediti e liminali, inaspettati, spesso trasformati o appena toccati, con interventi che pongono l’accento sulla fluidità e l’adattabilità dell’esperienza artistica. Questa proposta non è semplicemente un'esposizione, ma un processo che invita a sospendere il tempo e a entrare in uno stato di costante ricerca e curiosità. In palestra le regole o le convenzioni sono fatte per essere disarticolate, sperimentate, ripensate e talvolta, sovvertite. Il nome Palestra evoca proprio questo spirito di allenamento continuo, di crescita personale e collettiva, dove l’arte non è solo da osservare, ma da praticare, esplorare, e vivere in maniera attiva e condivisa, per prendersi cura dell’arte, per mettersi alla prova e per uscire dall'ora di lezione.
DAVIDE SAIBENE
Com’è? 2025, matita bianca e nera, china su foglio bianco preparato con gesso, 50X70
VALERIA TRIPADUS
Ritratto d’artista, 2025, olio su tela, 40X60
Ci si concentra sulla pittura con suggestioni diverse. Davide Saibene lavora con una tecnica grafica, espandendo le possibilità del disegno. Crea un’atmosfera quasi barocca, in cui le forme, anche se abbassate di tono dalla grisaille, quasi esplodono nello spazio. Si deve andare proprio a cercare le forme, definirle con lo sguardo e riconoscerle. A tratti sembra invitare la mente a lavorare con il supporto dell’illusione della pareidolia, per solleticare anche il subcosciente. C’è una continua evoluzione nel suo disegnare le forme che diventano cose ed eventi, apparizioni fantasmatiche che l’occhio a volte riconosce, ma che non sempre sono le cose a cui assomigliano, perché gli occhi e gli sguardi degli spettatori sono sempre diversi. C’è qualcosa che sembra… qualcosa che assomiglia, altre cose sono decisamente a fuoco. I segni e i loro intrecci diventano così protagonisti, fanno nascere e crescere continuamente possibili storie che si rincorrono in una struttura verticale sinuosa. Ritroviamo quindi il senso dell’illusione, l’instabilità, la metamorfosi e il moto, e un invito a guardare il lavoro lentamente.
Con il ritratto di Valeria Tripadus andiamo invece incontro al classico ritratto, il ritratto di un artista, che tra l’altro è il suo compagno di esposizione. Qui la tecnica è la classica pittura ad olio, stesa con la giustapposizione della sfumatura delicata e dei valori tonali. Il volto risalta su uno sfondo astratto, uno spazio altro, a tratti luminoso e straniante come lo sguardo del ritratto. È un’impostazione fotorealistica che ricorda da vicino la grande pittura di Gerhard Richter, quella dei dipinti in generale basati sulla fotografia (richiamo alla memoria anche opere come “Betty” del 1991, ritratta di schiena), ed è un bel dipingere. Nel ritratto, c’è una leggera e curiosa incertezza interpretativa, perché sembra colto da uno specchio, c’è quindi qualcosa che “riflette” sulla pittura, sull’idea di ciò che la pittura sa cogliere, sul suo confine, sul visualizzare e trasformare aspetti della realtà in modo non scontato, anche quando questa si adegua al dato reale, e come nel maestro tedesco, quello che conta non è tanto la retorica del riuscire a cogliere l’anima del soggetto, ma quello di costruire un’immagine che fa “vedere” il “suo” modello, la sensazione del suo modello, e questo riguarda le possibilità determinate dal colore, dalla luce, dalla forma, e il passare del tempo che viene per un momento sospeso. Ma solo per un attimo.
LS
Davide Saibene (1998) e Valeria Tripadus (2000) frequentano l’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano.
POLLINE
30 Marzo -3 Maggio 2025
CAMILA BRACI
Nidino per scarabei (infra-strato), DAS, acrilico, legno e colla, 2024
BEATRICE GAVARINI
11 stelle in un cielo terso, sepali di pomodoro, 2024
ELISA PINI
Eden (Dalle ombre dei lenti nei boschi), acrilico e olio su tela, 2025
Il polline è nell’aria. Ovvero come cogliere inaspettamente ma positivamente delle intrusioni, delle sollecitazioni. Utilizzato dagli insetti, il polline si presenta con forme diverse, è ricco di molti elementi dal valore nutrizionale. Tuttavia il suo uso come alimento e integratore alimentare è da attuare con attenzione a causa delle contaminazioni causate dalle pratiche agricole (qui si può cogliere una metafora che riguarda il sistema dell’arte nelle sue complesse articolazioni e intromissioni nell’operato dell’artista). La sua funzione principale è la volatilità, il trasporto, e presenta l’idea della potenzialità. "Polline" è anche il titolo di un libro di Novalis. Apparve nel primo numero della rivista “Athenaeum”, nel 1798, su iniziativa di Friedrich Schlegel. Il polline è un elemento vitale che permette la formazione di nuovi fiori, di nuova vita. I frammenti di Novalis aspirano alla formazione di una nuova umanità, con un pensiero rinnovato, che sappia, indagando nella propria interiorità e aprendosi alle possibilità, generare un mondo in continua trasformazione. Anche nell’atto più semplice, è possibile, quindi, predisporsi ad una positiva congiunzione tra il mondo dello spirito e il mondo dei corpi, fatti di polvere finissima e di stelle. È l’idea del contatto.
32. Siamo in missione:
siamo chiamati a istruire la terra.
(Novalis)
Camila Braci modella un piccolo nido con il DAS, di per sé un materiale anonimo che asciuga e si indurisce a contatto con l’aria, ma colorandolo. Camila ne fa una minuscola casetta multicolore che si potrebbe trovare al di là dello specchio, assieme ad Alice, in un possibile viaggio psichedelico e postmoderno in un mondo infra-stato; difatti è per scarabei, stravaganti scarabei (DAS è un acronimo e sta per Dario Sala, l’inventore di questa pasta da modellare che risale al 1962, una pasta grigia dall’inconfondibile odore umido di calce e muschio. Uno dei lanci pubblicitari era “tutti scultori con DAS” e “dai forma alle tue idee”). Il linguaggio di Camila, in genere molto teatrale, dialoga con la scorribanda e con la linguaccia che si fa per dileggiare qualcuno, ma con il sorriso: il nidino decorato è una piccola messa in scena, di una plasticità esuberante condita d’ironia. Per entrare nel suo mondo occorre mettersi nella prospettiva letteraria; ecco leggetevi “Casa di foglie” di Mark Z. Danielewski e la troverete in mezzo alle pagine.
Beatrice Gavarini dialoga con lo spazio attraverso un’installazione organica ed effimera; utilizza dei sepali di pomodoro per creare una costellazione inattesa, senza linee e confini riconoscibili. L’elemento naturale è un segno discreto, ma anche sovversivo, un rimando alla dimensione della crescita spontanea e resiliente. Un “polline” organizzato dal desiderio cieco del vento. Impronte del mondo reale, i suoi sepali sono anche il soggetto di alcuni dipinti recenti. Che differenza c’è tra un sepalo e una stella?
Elisa Pini dipinge il corpo, la pelle, la superficie limite dell’uomo, il luogo del contatto. Il corpo-carne è essenzialmente una pittura, la pittura che si fa corpo. È un libro di carne la sua immagine-superficie, in cui pittura e colore, riscrivono il limite esterno del corpo formalizzandolo in movimenti magmatici che fanno perdere il senso generale della figura, per sottolinearne l’energia, il calore, per scoprirlo allo sguardo aptico, per sondarlo, indagarlo nei sui minimi sommovimenti, per far sentire la sua forza biologica mediata dal fare pittura. Lo sguardo è come se si fosse appoggiato direttamente sulla superficie del corpo stesso. Così compone un corpo segmentato, smarrito, particolare, frammentato, fisiologico e sopratutto non virtuale. Un corpo-paesaggio-pittura, sensore di strati sensuali e umorali, meditativi, leggeri e nello stesso tempo materiali e carnali. Nel lavoro in mostra è il colore verde, anche con intonazioni quasi fluorescenti, acide, un colore che riscrive il corpo e richiama a sé il mondo vegetale. Un corpo-natura, ma eccentrica, un corpo ambizioso ma tranquillo. Un corpo prima o dopo l’Eden?
Luca Scarabelli
Camila Braci (Ivrea, 2002), Beatrice Gavarini (Desenzano del Garda, 2002), Elisa Pini (Milano, 2001) frequentano l’Accademia di Belle Arti di Brera,
Milano.
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